Cinema e Pittura

 

 

Cinema e Pittura

 

 

 

 

“Sin da piccolo ero affascinato dalla figura del pittore e ci fu un momento negli anni dell’adolescenza in cui pensavo seriamente che avrei fatto anch’io il pittore. I disegnatori, i caricaturisti, i pittori, anche quelli che dipingevano le Madonne sui marciapiedi, mi incantavano. “Sarà questo il mio mestiere”, mi dicevo. Non pensavo che mi sarei dedicato al cinema, che avrei fatto l’attore, lo sceneggiatore, il regista…

(F.Fellini)

 

 

Abbiamo moltissimi esempi di cinema e pittura, che vanno oltre le citazioni di pittori conosciuti, pur comprendendo sempre la citazione. Ne emerge un aspetto a volte di grande tributo alla pittura, altre se ne ritrova una ricerca di simbiosi…per Dalì il cinema ha una qualità “riflessiva” viene inteso come una sorta di spazio che riflette l’immagine pittorica per renderla plastica, arricchendola di una dimensione nuova che è anche e soprattutto una dimensione fantastica. Altri usano la pittura come trama per trasformare , colorare, ritoccare, moltiplicare una pittura, lavorare sul confine  della staticità fino al movimento.

Fellini diceva…:

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 “Il cinema è un’arte che non ha nulla a che fare con le altre arti. Ma è imparentato geneticamente con la pittura, perché l’uno e l’altra non possono esistere senza la luce. L’immagine è luce. Il cuore di ogni cosa, sia per il cinema che per la pittura, è la luce. Nel cinema la luce viene prima del soggetto, della storia, dei personaggi, è la luce che esprime quello che un cineasta vuole dire. Nella pittura la luce viene prima del tema, della tavolozza, dei colori, è la luce che esprime quello che un pittore vuole rappresentare. Qualche critico ha detto che io sono un regista “pittorico”, ma non poteva farmi un elogio più grande …”.

 


  Alcuni esempi di Cinema e Pittura

 

Ebbro di donne e di pittura (Chihwaseon)i Im Kwon-taek

 

Chihwaseon ricostruisce la vita del celebre pittore coreano Jang Seung Up, detto Oh-won, nato nel 1843 e misteriosamente scomparso nel 1897. La sua esistenza viene narrata partendo dalla povera e difficile infanzia fino alla maturità e agli incarichi di grande prestigio, per concludere con l'enigmatica scomparsa. Come ha dichiarato lo stesso regista, Chihwaseon è una dichiarazione esplicita della profonda affinità tra il suo cinema e la pittura di Oh-won: "credo che il dio ubriaco della pittura Jang Seung Up, che ho incontrato spiritualmente mentre mi accingevo a realizzare questo film, sia un'altra manifestazione di me: io mi sforzo di fare dell'arte con la mia macchina da presa come lui impugnava il pennello cento anni fa." Fin dalla prima inquadratura il regista pone in primo piano il pennello, la tela e le linee sinuose del dipinto che man mano vanno a rappresentare il mondo naturale e al contempo la natura transitoria della vita. Su un rettangolo di carta linda e irregolare, un pennello lievissimo e furibondo traccia segni , che attraggono e respingono lo sguardo: una lezione di pittura che è al tempo stesso una negazione e affermazione delle regole pittoriche un annullare ciò che è conosciuto per accedere al nuovo, al sublime. Sempre, sia che venga dipinta, un’aquila o un fiore o un albero, viene visualizzata l’innata sensibilità del pittore in perfetta simbiosi con il regista.

 

 

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Frida Kahlo     Regia: Julie Taymor

 

Frida Kahlo è da annoverare tra i massimi artisti del '900. Ma, a differenza di altri maestri, non vi è corrente o scuola che possa contenerne l'irripetibile parabola artistica. L'arte della pittrice messicana, infatti, non sgorga da cenacoli artistici o simili, ma direttamente dal suo corpo, dal dolore e dal sangue che ne promana fin dalla più tenera età. L'intelligente chiave del film è stata quella di tentare di comprendere l'artista messicana tramite le sue burrascose vicende private, che si traducono linearmente in laceranti quanto luminose espressioni artistiche. Ma c'è un'altra dominante che contraddistingue il film: l'uso dell'm.d.p. finalizzato a carpire i colori, la vivacità del popolo messicano. Una vivacità anche intellettuale, che non a caso farà emergere oltre a Frida dei grandi artisti come Diego  Rivera. Frida è essa stessa una tavolozza di colori
Il film si guarda con gli occhi del suo “caldo” dolore, si toccano con la pelle i colori di un Messico luminoso e vivo, i colori  si fissano alla retina per permetterci di ridipingere la sua immagine e le sue opere per sempre.

 

 

 

 

Sogni: Akira kurosawa

 

Akira Kurosawa con questo film fa un dono splendido a Vincent Van Gogh , lo prende per mano e lo conduce , in vecchiaia in una sorta di paradiso dei colori e dell'amore (8° episodio "Villaggio dei mulini"). Quel vecchio è Vincent-Akira, l'artista trasgressore, il ricercatore che alla fine assaporerà l'estasi prodotta dall'ultima illusione, il paradiso, per approdare dopo, e difinitivamente, all'incomparabile e assoluto Silenzio che sta dietro l'arcobaleno.

 

    

 

Nell’  episodio, "Il pescheto", l'influenza del pittore olandese è ancora più evidente. Il quadro "Peschi in fiore" di Van Gogh lo ha certamente toccato nel profondo. Possiamo dire che il regista giapponese, nel primo, nel secondo e nell'ultimo episodio, ha tirato fuori l'anima dei colori del pittore, e in” Campi di grano conCorvi” vi è entrato dentro, ha fatto esplodere i colori , per giungere all'anima sfuggente di Vincent.

Kurosawa attraverso l'opera di Vincent ha capito che era assolutamente necessario incontrarlo, parlare con lui, chiedere spiegazioni. Ed è per questo che entra in "Campi di grano con corvi", l'ultimissima opera del pittore. Non c'è tempo da perdere, fra qualche giorno Vincent porrà tristemente fine alla sua vita. Lo vede in lontananza, gli si avvicina, scambia con lui qualche parola. E' troppo poco, non riesce a fargli dire quello che vuole. Lo incalza, ma…è troppo tardi: il quadro è finito, e neri corvi gracchianti si levano in volo. Vincent è stato già sfiorato dalla morte nel momento in cui ha bevuto l'ultima amara goccia del suo calice. Akira Kurosawa però gli ha prolungato la vita, sottoponendo l'amico pittore ad una trasfusione di anima.

 

"La ragazza con l'orecchino di perla" di Peter Webber 

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Paradossalmente, proprio il mistero che aleggia      

attorno a questo grande maestro Jan Vermeer (Delft, 1632-75) pittore olandese, ha fatto sì che il film che lo vede protagonista, "La ragazza con l'orecchino di perla" diretto da Peter Webber, risulti  intenso e madido di certe impalpabili ma vibranti atmosfere che molto difficilmente sarebbero affiorate da una maggiore conoscenza biografica dell'artista. Uno dei rari casi, insomma, in cui l'inconoscibile diviene ricca fonte di ispirazione. Un'ispirazione che in questo caso non poteva che rifarsi all'opera stessa dell'artista. Al suo mondo di luci radenti, di toni caldi e freddi che, assieme,

si colgono e si raccolgono entro immagini di vita quotidiana e borghese, le quali probabilmente sono state

il fulcro non solo artistico di un pittore poco incline ad allontanarsi dalle mura di casa.  Grazie all’illuminazione di Eduardo Serra, il regista ovunque puntasse la m.d.p. ha ritrovato quella luce magica che ricordava le atmosfere e pitture di Vermeer. La grandissima attenzione sul piano fotografico, ha reso questo film pittura in movimento.

 

 

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